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iniziano le manovre per la riforma. Non sia solo questione di numero

iniziano le manovre per la riforma. Non sia solo questione di numero



Ormai è diventa una figura retorica. La riforma: tutti la aspettano, qualcuno la propone, ma non si vede all’orizzonte. Due mancate qualificazioni ai Mondiali non sono state sufficienti affinché la montagna partorisse il topolino. Non è questione di responsabilità individuali, evitiamo i personalismi: come purtroppo scriviamo spesso da queste parti, il tema è l’orticello. Ciascuno ha il proprio e pensa solo a quello. Si capisse che c’è solo un grande giardino, quello del calcio italiano, e non è nemmeno messo tanto bene, faremmo grandi passi avanti.

Ripartiamo: non è colpa di Gravina, se la riforma è un miraggio, una chimera. Però sono sette anni di presidenza e non si è visto nulla. Soprattutto, adesso è all’apice del potere, se non ora quando? Oggi si avrà un primo confronto tra le componenti federali, una riunione informale: si parte dalla mezza rivoluzione che immagina per il settore arbitrale – la C, di fatto, rimarrebbe la serie più in alto tra quelle “affidate” all’AIA: cambia poco -, ma l’occasione sarà utile per iniziare a parlare a 360° dei problemi. E magari delle soluzioni.

Ci scuserete, ma la ricetta non l’abbiamo. Ne possiamo pensare tante – la riforma della Coppa Italia, criteri più selettivi all’ingresso, rivedere la dicotomia ripescaggio/riammissione -, ma il punto è che la riforma non la dobbiamo partorire noi. Una sola cosa ci auguriamo: che non si parta dal numero. Tanto meno non da quello della Serie C: 60 club possono essere tanti o pochi, probabilmente sono tanti e forse pure troppi, ma non è in alcuna maniera la questione centrale. Limitarsi a tagliarlo sarebbe ai limiti della propaganda, l’abbiamo già visto: per qualche anno il sistema ne beneficia, poi si torna punto e a capo. Più di ogni cosa, quando si parte dal numero si finisce sempre in un nulla di fatto. È la storia degli ultimi anni. Serve un altro approccio, a patto che ci sia disponibilità comune.

Due righe finali sulla decisione del presidente Macchia di ritirarsi dalla corsa al ruolo di consigliere federale, e sulle parole che hanno fatto da contorno. Quando ci si candida si vince o si perde, e a volte si capisce prima di perdere che non si può vincere, però immaginare giochini di palazzo non è un bel modo di tenere tutti insieme.



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