Angela Giordano||C’è qualcosa di profondamente simbolico nello scegliere il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” come scena del crimine. È un luogo dove la scienza ha cercato per decenni di catalogare il male, lo stesso male che la commissaria Eva Graneris si trova a dover fronteggiare nel nuovo romanzo di Paola Maria Emilia Grandis, edito da Pathos Edizioni.
Danza Macabra non è il solito thriller adrenalinico giocato su inseguimenti e sparatorie. È, al contrario, un noir 
cerebrale e colto, che si muove con passo felpato tra le nebbie di una Torino autunnale e i canali di una Venezia segreta. La trama si dipana attorno al ritrovamento del corpo di Roberto Maffei, un caso che solleva il velo su un mondo sommerso fatto di bibliofili ossessivi, mercanti d’arte e veleni storici.
Il punto di forza: un’investigatrice “umanista”
Il vero cuore pulsante del libro è Eva Graneris. Lontana dai cliché dell’investigatore tormentato o alcolizzato, Eva è una donna di cultura, una storica prestata alla polizia che vive con disagio l’imminente distacco dalla sua carriera. Il suo approccio al crimine è metodico, quasi accademico, eppure profondamente empatico. La sua paura della “retraite” (la pensione) non è solo paura del vuoto, ma il timore di perdere quel legame vitale con la giustizia che ha definito la sua intera esistenza.
Tra Vesalio e l’Acqua Tofana
L’autrice dimostra una padronanza eccellente della materia storica. Il mistero dei volumi proibiti e delle matrici di Andrea Vesalio non è un semplice orpello, ma il motore immobile dell’intera narrazione. La Grandis riesce a rendere affascinante il mondo dell’antiquariato librario, trasformando vecchi tomi in armi letali.
Perché leggerlo
Danza Macabra convince per la sua scrittura elegante, che non rinuncia a incursioni nel dialetto piemontese e nel francese, rendendo l’atmosfera autentica e vivida. È un romanzo che parla di eredità culturale e personale e che ci ricorda come il passato non sia mai davvero sepolto, ma pronto a tornare per reclamare il suo spazio, a volte con violenza.
Un esordio maturo che promette di diventare l’inizio di una serie imprescindibile per chi ama il giallo d’autore italiano.
Più serio e orientato all’analisi del genere “noir”.
Meno enfasi sulla trama generale e più attenzione al significato simbolico dei luoghi (il Museo Lombroso) e alla psicologia della protagonista rispetto al suo lavoro.
