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Più auto, ma officine in calo (di Tony Ardito)

Più auto, ma officine in calo (di Tony Ardito)


Il nostro è il Paese europeo con la maggiore densità di automobili: circolano 701 vetture ogni 1.000 abitanti, cioè sette auto ogni dieci persone.

E il totale continua a crescere in misura pressoché costante sin dall’inizio del nuovo millennio.

Secondo un’analisi dell’Ufficio Studi Cgia di Mestre, il parco auto ha superato quota 41.300.000 mezzi.

Nell’ultimo decennio si sono aggiunte poco più di 4.200.000 vetture, con un aumento complessivo dell’11,5%.

Non solo, tra i grandi Paesi dell’Ue abbiamo il parco auto più anziano; quasi un’auto su quattro (il 24,3%) ha più di vent’anni. Fa peggio soltanto la Spagna (25,6%), mentre la Francia si ferma a poco più di una su otto (12,5%) e la Germania addirittura a una su dieci (10%).

Con così tante vetture – per di più datate e bisognose di manutenzione – ci si aspetterebbe un aumento delle attività di autoriparazione (carrozzieri, autofficine, gommisti, elettrauto, eccetera). Invece, accade il contrario; li autoriparatori, in particolare quelli indipendenti, continuano a diminuire: nel 2024 le attività erano all’incirca 75.200. Si pensi che dieci anni prima erano 83.700.

Non si tratta solo di una crisi temporanea, ma di una trasformazione strutturale che rende sempre più difficile mantenere aperta un’autofficina tradizionale. Prima di tutto, i costi di gestione sono aumentati molto; affitti, bollette energetiche, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, normative ambientali e sicurezza sul lavoro richiedono investimenti continui.

Tante piccole attività artigianali a conduzione familiare, che per decenni hanno rappresentato l’ossatura del comparto, faticano a sostenere queste spese con margini di guadagno sempre più ridotti.

Altro fattore decisivo è la crescente complessità tecnologica delle auto moderne. Elettronica, centraline, sensori ADAS2, software di diagnosi e, soprattutto, veicoli ibridi ed elettrici richiedono strumenti costosi e formazione continua. Non basta più l’esperienza meccanica tradizionale: servono competenze informatiche e aggiornamenti costanti. Per molte officine investire decine di migliaia di euro in attrezzature e corsi non è sostenibile e scelgono la chiusura.

A ciò si aggiunge poi un problema generazionale. I giovani mostrano poco interesse verso i mestieri manuali e artigianali, preferendo percorsi universitari o lavori percepiti come meno faticosi. Fare l’autoriparatore significa orari lunghi, lavoro fisico, responsabilità e spesso burocrazia. Senza ricambio, molte attività cessano quando il titolare va in pensione, perché non c’è nessuno disposto a rilevarle.

La riduzione del numero degli autoriparatori deriva dunque dall’incrocio tra costi elevati, tecnologia complessa, mancanza di ricambio generazionale e cambiamento del mercato. Per invertire la tendenza servirebbero incentivi alla formazione tecnica, sostegni agli investimenti e una maggiore valorizzazione del mestiere artigiano.

di Tony Ardito





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