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la piazza cerca una voce comune

la piazza cerca una voce comune


Quanto è misera la vita negli abusi di potere, cantava Battiato. Ma a Benevento, oggi 30 ottobre, non una bandiera bianca si è innalzata: nessuno dei partecipanti allo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base si è arreso agli abusi di potere. Certo, il mese di ottobre è stato il mese delle piazze oceaniche da Torino a Parigi, da Belgrado a Tirana al grido di una rivolta generazionale europea. Sebbene stamattina a Benevento la piazza sia stata contenuta, anche qui gli studenti, i giovani, accanto ai lavoratori e ai pensionati, hanno fatto emergere le contraddizioni di un Paese. Il corteo dello sciopero generale ha attraversato le strade cittadine tra kefiah, slogan contro il governo Meloni e cartelli ironici che strappano un sorriso e una riflessione a chi passa per caso per il caffè delle undici, mentre altri striscioni invocano la fine della war machine. Non una folla ingestibile, ma una pluralità di voci che tenta di ricondurre istanze apparentemente distanti, dal carovita al riarmo, dalla precarietà alla solidarietà con il popolo palestinese, a un medesimo interrogativo: chi esercita il potere, nell’interesse di chi e attraverso quali forme di consenso?

Del resto, un famoso pensatore sardo del Novecento, nei suoi Quaderni dal carcere, sosteneva la capacità di orientare il senso comune, ed è a questo che sin dall’inizio mira la protesta: non solo una legittima contestazione delle decisioni governative, ma uno spazio condiviso nel quale mettere in discussione le rappresentazioni dominanti della realtà e tentare di elaborare rappresentazioni alternative.

Su questo terreno si colloca la mobilitazione, alla quale hanno preso parte diverse realtà sindacali, politiche e associative del territorio, tra gli altri Avs, Potere al popolo, Global Sumud Sannio e Officina Transfemminista. Il corteo, partito dal rione Ferrovia, ha attraversato le vie cittadine portando al centro della protesta il costo della vita, la condizione dei lavoratori, la difesa dei servizi pubblici e l’opposizione alle politiche di riarmo. “Basta unire i puntini di tutte le questioni: da quelle ambientali al genocidio in Palestina, alle guerre che i nostri governi finanziano”, afferma Floriana Fragnito, delegata regionale dell’USB ed esponente del coordinamento Global Sumud Sannio. “Noi siamo al fianco di tutti i popoli oppressi a cominciare dalla Palestina: perché il nostro governo continua a finanziare quel genocidio e a mandare armi?”. Il punto, secondo la sindacalista, è la destinazione delle risorse pubbliche: “invece di utilizzare quei soldi per i nostri salari e per i servizi sociali, che sono veramente alla rovina, soprattutto nella nostra regione”.

“Siamo in un paese – continua – dove da trent’anni non aumentano gli stipendi mentre aumenta tutto con un’inflazione ormai alle stelle, perché dobbiamo finanziare le guerre”. La critica investe il rapporto tra spesa militare e condizioni materiali di vita. Nella lettura proposta dai manifestanti, il riarmo non rappresenta un tema separato dalle richieste economiche, ma si inserisce in un confronto sulle priorità politiche e sulla distribuzione delle risorse. Un nesso che attraversa anche i volantini diffusi durante il corteo: dal salario minimo legale di 12 euro l’ora, proposto da Potere al Popolo, alla richiesta di maggiori investimenti in sanità, istruzione e trasporti, fino alla tutela delle pensioni.

“Noi vogliamo vivere meglio, vogliamo un lavoro dignitoso e una vita dignitosa”, prosegue Fragnito, richiamando la necessità di costruire “comunità resistenti, comunità di solidarietà”. Nella sua ricostruzione, la mobilitazione odierna si collega anche alla protesta del 22 ottobre, quando studenti, agricoltori e autotrasportatori avevano già portato in piazza le proprie vertenze. L’obiettivo dichiarato è superare la separazione tra le singole vertenze, riconoscendo un terreno comune fra rivendicazioni sociali, ambientali e internazionali.

Una prospettiva condivisa da Giovanni Venditti, segretario USB, che definisce quella del 30 ottobre “una giornata ulteriore di protesta” nel solco della precedente mobilitazione davanti alla Prefettura. “Oggi è uno sciopero generale proclamato dall’USB contro le politiche di guerra, contro il carovita, contro il riarmo”, spiega. La richiesta è che le risorse destinate agli armamenti vengano impiegate “per il welfare, per la sanità, per i trasporti, per aumentare i salari”.

Venditti richiama anche le difficoltà economiche dei pensionati e le vertenze locali, dall’aumento degli stalli di sosta a pagamento alla questione delle richieste di pagamento di ticket sanitari. Rivendicazioni che riportano la dimensione internazionale della protesta alle condizioni quotidiane dei cittadini e alla specificità del territorio sannita.

Non mancano le contraddizioni, anche nello stesso fronte: un militante del Partito Comunista Internazionale, presente al corteo, ha fatto notare l’importanza della convergenza delle lotte, giudicando inefficace la strategia delle mobilitazioni separate. La successione di scioperi proclamati separatamente – in riferimento a quello proclamato da Cgil il 20 novembre – solleva interrogativi sulla capacità di tradurre quella convergenza in un’azione collettiva: “sarebbe opportuno agire come in Francia in uno sciopero intersindacale per cui fianco a fianco ci sono studenti e lavoratori”.

La presenza, oggi, degli studenti richiama un’analisi sociologica che in queste ultime settimane ha affollato il dibattito pubblico: la rivolta della Gen Z. Considerando che i giovani sono una quota della popolazione in calo, una minoranza il cui peso sociale, economico, politico ed elettorale diventa sempre meno rilevante, le piazze piene di studenti sono il frutto della crisi del patto tra generazioni. Vedono quindi allontanarsi, anno dopo anno, governo dopo governo, le risorse pubbliche dalle loro esigenze e dalle loro richieste, in un sistema costruito a vantaggio della generazione dei loro nonni. Eppure, oggi queste due fantomatiche generazioni hanno sfilato l’una accanto all’altra, guardandosi negli occhi e sperando di poter rivendicare il meglio per entrambe. Prima di far partire la manifestazione, il segretario Venditti ha chiesto di attendere che i ragazzi finissero di realizzare lo striscione, un’attesa che è diventata sintomo del tentativo di percorrere insieme la strada. Metaforicamente il tragitto verso una volontà collettiva che giunga ad una società più giusta, fuori di metafora le vie della città di Benevento che stamattina si è colorata di speranza. Del resto, la speranza è un progetto futuro.



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