Powered by Smartsupp "IN VIAGGIO CON CASERTASERA"- FORMICOLA: UNA GEMMA NEL VERDE LUSSUREGGIANTE DEI MONTI TREBULANI - Napoli Network
Logo Napoli Network ok
“IN VIAGGIO CON CASERTASERA”- FORMICOLA: UNA GEMMA NEL VERDE LUSSUREGGIANTE DEI MONTI TREBULANI

“IN VIAGGIO CON CASERTASERA”- FORMICOLA: UNA GEMMA NEL VERDE LUSSUREGGIANTE DEI MONTI TREBULANI


Elèna Italiano|È tra il fresco respiro dei Monti Trebulani che riprende il nostro viaggio. Un viaggio che si annuncia non semplicemente regale, bensì «imperiale». «Imperiale» come il nome attribuito alla ciliegia che nasce, cresce e si offre tra queste colline lussureggianti; «imperiale» come la maestosa corona dei boschi che cinge il borgo di cui stiamo per narrare; «imperiale» a evocare l’importanza della storia di questo paesino che, nel Quattrocento, divenne capitale dei domini feudali dei Carafa, una delle più importanti e potenti famiglie dell’aristocrazia del Regno di Napoli. E proprio qui, nell’antico territorio di una baronia, nel cuore di questo verde sontuoso, incontreremo una leggenda che vede protagonista il re dei boschi: il lupo. Mentre tra i boschi il vento si leva, increspando le chiome degli alberi che attraversano la montagna, un «torrente bollente», una formica, una corona, un frutto imperiale, un lupo e un bambino ancora in fasce si incontrano nelle immagini che accompagnano questo viaggio. Siamo a Formicola, dove il paesaggio, la storia e le tradizioni sembrano aver tessuto un’antica araldica. Formicola sorge in una valle ai piedi del Monte Sant’Erasmo, racchiusa dal verde dei Monti Trebulani. Qui le colline disegnano idealmente una corona naturale, dando vita a un grande anello verde che avvolge il paese. Ma partiamo dalle origini. Partiamo dal nome del borgo: Formicola. Qui è opportuno fermarsi, perché l’etimologia di Formicola non è certa, ma discussa. E le diverse interpretazioni serbano, ciascuna, un proprio fascino. Una di esse, recepita anche dalla tradizione locale, riconduce il toponimo all’ebraico Fhor-michol, interpretato come «bollente ruscello»; secondo questa interpretazione, il nome potrebbe richiamare le fonti di acqua calda presenti nel territorio. Un’altra ipotesi lo avvicina invece al latino formicula, diminutivo di formica, «piccola formica». Ed è proprio la formica a comparire nello stemma civico, mentre sale lungo una spiga di grano accanto alle lettere B e D, iniziali del motto Bene Docet: «insegna bene». Nome e simboli sembrano dialogare con il territorio: la formica richiama l’operosità e la costanza, mentre la spiga evoca la fertilità dei campi. Formicola è piccola nelle dimensioni, ma densa di simbolismo. Nel suo paesaggio e nella sua storia si possono quasi riconoscere i segni di un’araldica particolare: la formica e la spiga, il disegno dei Monti Trebulani, i Carafa e il potere che per secoli vi si insediò, il lupo e il volto selvaggio della montagna. E infine la Ciliegia Imperiale, simbolo della ricchezza dei campi e del lavoro dell’uomo. È curioso notare come la modestia delle dimensioni del borgo faccia da contraltare alla grandezza della sua vicenda storica. Nel 1465 Formicola divenne infatti il centro dei domini feudali dei Carafa. Quando il feudo passò a Diomede I Carafa, il borgo assunse un ruolo centrale nei possedimenti della famiglia, che lo mantenne fino alla soppressione del feudo, decretata nel 1806. Un piccolo paese, Formicola, divenuto per secoli centro di una signoria.

LA LEGGENDA. UN CUCCIOLO D’UOMO, UN LUPO E L’APPARIZIONE DELLA VERGINE

Nella leggenda che vi narreremo si susseguono il lavoro di una donna, la sua premura di madre, la paura e, infine, il sollievo della grazia celeste. Immaginate un monte. Un bosco. Una donna. E, con lei, un bambino. Suo figlio. Troppo piccolo per difendersi, un pargolo ancora in fasce. La donna sale sul monte per raccogliere della legna. Il bosco è fitto. Si allontana per un momento in cerca di legna, lasciando il bambino accanto a una roccia. Ma il bosco, se è luogo e teatro di fascinazione, è anche culla di insidie. E, difatti, la leggenda narra che, mentre la luce del sole filtra tra i rami, il lupo, indisturbato, avanza in direzione del cucciolo d’uomo. Non c’è tempo per capire. Il predatore prende il bambino tra le fauci e corre via, addentrandosi nel bosco. Quando la madre torna, il pargolo sembra scomparso. C’è soltanto la roccia muta nel punto esatto in cui la donna aveva lasciato suo figlio. Ed è allora che la paura sale e comincia il grido. La donna chiama il figlio. Lo cerca. Non lo trova. Quando non rimane più nessun luogo da cercare, resta soltanto una possibilità: alzare gli occhi al cielo e pregare. La madre invoca la Vergine. Le promette che, se il bambino tornerà, quel monte avrà una cappella. Quel luogo diventerà memoria e protezione. E, secondo la leggenda, così avvenne. La Vergine, apparsa alla madre, avrebbe restituito il bambino sano e salvo. La promessa fu dunque mantenuta e quel monte divenne un luogo sacro. È questa la leggenda del lupo di Santa Maria a Castello, legata al santuario che ancora oggi domina, dall’alto, il paesaggio sottostante.

IL PRODOTTO TIPICO. LA CILIEGIA IMPERIALE, UNA PEPITA D’ORO CAPACE DI VIAGGIARE

Quando il racconto dalla montagna giunge alla terra, incontra il suo piccolo gioiello: la Ciliegia Imperiale. Un vero e proprio tesoro agricolo dei Monti Trebulani, legato alla storia e al lavoro delle campagne di Formicola, ma anche un frutto che nella letteratura non è passato inosservato e che, a più riprese, ha saputo assurgere a simbolo evocativo. Shakespeare ne fece un’immagine di intensa sensualità, accostandone il rosso e la dolcezza alle labbra di Elena in Sogno di una notte di mezza estate; molti secoli dopo, Oriana Fallaci pose proprio le ciliegie nel titolo del suo grande romanzo familiare, Un cappello pieno di ciliege, dove il frutto diviene simbolo della memoria di una famiglia, di un patrimonio di vite, affetti e destini. Ma torniamo alla terra. Torniamo a Formicola. L’aggettivo «Imperiale» rischia di ingannare, se associato immediatamente alle dimensioni del frutto. La Ciliegia Imperiale di Formicola è infatti di media grandezza. Il suo essere definita «imperiale» non sembra dunque riferirsi alla misura, bensì pare accordarsi alla preziosità insita nel frutto: nella polpa carnosa, nel profumo leggiadro e nell’intensità del suo sapore. Dorata, accesa d’arancio e imporporata dal sole, al culmine della maturazione si tinge di un rosso vermiglio, mentre al suo interno la polpa gialla, soda e carnosa libera al morso il suo succo, fresco e dolce. Negli anni Settanta la Ciliegia Imperiale uscì dai confini dei Monti Trebulani e raggiunse le industrie dolciarie del Nord Italia, dove venne utilizzata per i boeri e per i cioccolatini al liquore. Dal ramo degli alberi trebulani giungeva così al laboratorio, dalla campagna alle industrie del cioccolato. Ed è bello lasciarci suggestionare dal pensiero conclusivo di questo viaggio: chissà quante bocche, in Italia, hanno assaggiato questa ciliegia nata nel nostro territorio!? Chissà quante mani l’hanno raccolta, quanti alberi l’hanno offerta, quante estati l’hanno vista maturare nel sole delle colline dell’Alto Casertano! E chissà quante mani, scartando un cioccolatino industriale, hanno portato alla bocca quel dolce, ignare che, nel suo cuore, risiedesse un frutto trebulano, maturato tra queste verdeggianti colline e divenuto, lontano dal proprio luogo d’origine, un simbolo che reca in sé la vocazione a viaggiare oltre i confini di questa terra.

 

 

 

 



Source link

administrator

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *