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Permessi per controlli prenatali in gravidanza: la guida che (quasi) nessuna lavoratrice conosce davvero
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Permessi per controlli prenatali in gravidanza: la guida che (quasi) nessuna lavoratrice conosce davvero

È sabato pomeriggio e sono a casa di Sara, che due settimane fa ha partorito la sua prima figlia. Tra un cambio di pannolino e una tazza di tè ormai freddo, le racconto che una mia collega, da poco incinta, mi ha chiesto un consiglio sui permessi per le visite in gravidanza. Sara sorride, come chi sa qualcosa che io ignoro completamente. «Aspetta che ti spiego come funziona davvero», mi dice, «perché quello che ho imparato io in nove mesi probabilmente non lo sa quasi nessuna lavoratrice, e ancora meno i datori di lavoro». Quello che segue è il racconto di quella conversazione, utile a chiunque si trovi a gestire, da una parte o dall’altra, i permessi per controlli prenatali.

Cosa dice la legge sui permessi per controlli prenatali

L’articolo 14 del decreto legislativo 151 del 2001

«La norma di riferimento», comincia Sara, «è l’articolo 14 del decreto legislativo 151 del 2001, il testo unico sulla maternità e la paternità. Dice che la lavoratrice gestante ha diritto a permessi retribuiti per esami prenatali, accertamenti clinici e visite mediche specialistiche, ogni volta che cadono durante l’orario di lavoro. Per usarli basta presentare una richiesta al datore di lavoro e, dopo la visita, portare il giustificativo: il documento che attesta data e orario dell’accertamento». Tutto qui: nessun modulo complicato, nessuna autorizzazione discrezionale da parte dell’azienda.

Quali esami e visite sono coperti dal permesso

«E cosa rientra esattamente?», le chiedo. «Tutto ciò che è collegato alla gravidanza», risponde. «Ecografie, prelievi del sangue, monitoraggi, visite dal ginecologo, esami di screening, corsi propedeutici al parto se richiesti dal medico. Non c’è un elenco chiuso scritto nella norma: il criterio è la natura prenatale dell’accertamento, non il tipo specifico di esame».

Quanti permessi si possono richiedere durante la gravidanza

Nessun numero massimo previsto dalla legge

«E quante ne può fare?», le chiedo, pensando a un tetto annuale come quello che conosco per le normali visite specialistiche dei dipendenti. «Nessuna», risponde Sara. «Non esiste un numero massimo di permessi per controlli prenatali, e nemmeno un tetto di ore o di giornate. L’unico limite naturale è la durata della gravidanza stessa».

Niente obbligo di usare prima ferie, rol o permessi ex festività

Resto in silenzio per qualche secondo. «Quindi posso prendere venti permessi in nove mesi e nessuno può dire niente?». «Esatto», risponde Sara. «E non devi nemmeno toccare ferie, rol o ex festività prima: i permessi per controlli prenatali sono autonomi, non sono subordinati ad altri istituti. Il datore di lavoro non ha titolo per chiederti di consumare prima qualcos’altro».

Il permesso vale anche per il tragitto verso la visita

Quando il permesso diventa una giornata intera

Le faccio l’esempio della mia collega: il suo ginecologo di fiducia è a quasi duecento chilometri di distanza, e per andarci deve prendere il treno. «Lì arriva la parte che fa imbestialire i datori di lavoro più piccoli», dice Sara. «Il permesso non copre solo il tempo della visita, ma anche quello del viaggio, andata e ritorno. Se la visita più gli spostamenti occupano tutto l’orario di lavoro di quella giornata, il permesso diventa, di fatto, un’assenza retribuita per l’intera giornata. Non è una forzatura: è proprio così che la norma viene applicata nella prassi».

L’esempio del ginecologo lontano dal domicilio

«E il capo non può dire nulla?». «No», risponde lei. «Non può contestare la giornata intera se i tempi sono effettivamente quelli, e non può nemmeno sindacare l’orario dell’appuntamento. Il permesso non è soggetto al suo gradimento, né alla sua valutazione di convenienza organizzativa».

Si può scegliere liberamente il medico, anche se è lontano?

La libertà di scelta è un diritto costituzionale

Qui non resisto e faccio la mia parte da avvocato del diavolo. «Se fossi un datore di lavoro con cinque dipendenti», le dico, «la prima cosa che penserei è: ma perché non si fa seguire da uno specialista a venti minuti da qui, invece che a duecento chilometri?». Sara ride. «È la domanda che si fanno tutti, e la risposta è che la legge non lo impedisce in alcun modo. La libertà di scegliere il proprio medico è un diritto costituzionale, protetto dall’articolo 32 della Costituzione e dalla legge 833 del 1978 sul servizio sanitario nazionale. Per altri istituti, penso ai permessi della legge 104 per l’assistenza a un familiare disabile, la giurisprudenza ha effettivamente valorizzato la vicinanza tra i domicili. Ma per i controlli in gravidanza non esiste una norma equivalente che imponga di scegliere la struttura più accessibile».

Cosa succede se il datore di lavoro contesta la scelta

«Quindi è un buco nella legge». «Più che un buco, è una scelta», precisa Sara. «Il legislatore ha deciso che la salute della gestante e del nascituro vale più dell’organizzazione aziendale».

Il limite della buona fede e dell’abuso del diritto

«L’unico argine resta il principio generale di correttezza e buona fede», aggiunge. «Se la scelta di un medico lontanissimo fosse evidentemente un pretesto, ripetuto e privo di qualsiasi logica clinica, un datore di lavoro potrebbe in teoria contestarlo. Ma deve trattarsi di un abuso evidente, non della semplice distanza dal domicilio».

L’impatto sulle piccole imprese: una verità scomoda

Perché le grandi aziende assorbono meglio i permessi

Mentre parliamo, penso al titolare del piccolo studio dove ho lavorato qualche anno fa: tre persone in tutto, nessun sostituto pronto in caso di assenza. «È innegabile», dice Sara, leggendomi in faccia il pensiero, «che una grande azienda assorbe questi permessi senza nemmeno accorgersene: ha altri colleghi, magari un ufficio del personale, la possibilità di redistribuire i compiti. Un piccolo datore di lavoro, invece, deve comunque anticipare la retribuzione e resta scoperto della prestazione esattamente nei momenti in cui ne avrebbe più bisogno».

Cosa può fare davvero un piccolo datore di lavoro

«Recupera la spesa attraverso i conguagli contributivi», continua Sara, «ma nell’immediato il problema organizzativo resta soltanto suo, e nessuna norma lo allevia. Per chi gestisce questi aspetti dal lato azienda, tra payroll e adempimenti, il blog dei professionisti raccoglie diversi approfondimenti pratici utili anche alle piccole realtà imprenditoriali.»

«Quindi i piccoli datori di lavoro sono quelli che ci perdono di più?». «In termini di organizzazione, sì», risponde Sara. «La legge tutela giustamente la lavoratrice, ma lo fa senza distinguere se dall’altra parte c’è una multinazionale o un negozio a conduzione familiare. È una delle tante asimmetrie del nostro diritto del lavoro: le tutele sono uguali per tutti i datori, le capacità di assorbirle no».

Un diritto da usare con responsabilità

Sara si fa più seria. «Detto questo, non vorrei che passasse il messaggio sbagliato. Questo è un diritto pensato per proteggere la salute, non un escamotage per allungare le pause. Chi lo usa con onestà non ha nulla da temere, ma chi lo piega a fini diversi rischia comunque di scontrarsi, prima o poi, con i principi di correttezza e buona fede che valgono per qualsiasi rapporto di lavoro. Su avvocato del lavoro abbiamo raccontato spesso come questo equilibrio torni anche in altri istituti del diritto del lavoro, dal congedo di maternità alla NASpI, fino al licenziamento durante il periodo protetto.»

«Quindi un consiglio per la tua collega incinta?». «Usalo per quello che è: una garanzia preziosa in un momento delicato», dice Sara. «Ma con la consapevolezza che dall’altra parte, soprattutto se l’azienda è piccola, c’è una persona che deve organizzare il lavoro di tutti, e che probabilmente sta facendo i salti mortali per starle dietro».

Tante tutele, sempre meno nascite: è davvero questo il problema?

Il confronto con altri paesi europei

Le chiedo, mentre prepara il biberon, se non le sembra paradossale: l’Italia ha accumulato negli anni una quantità di tutele per la maternità tra le più estese d’Europa, eppure le nascite continuano a calare. «Ci ho pensato anch’io», dice Sara. «Ma non credo che il nesso sia diretto. Se le tutele fossero davvero il problema, i paesi con welfare più generoso dovrebbero avere le natalità più basse, e non è così: alcuni Stati con permessi e congedi molto estesi hanno tassi di natalità più alti dei nostri, altri no».

I fattori che pesano di più sulla scelta di avere figli

«Mi sembra più probabile che pesino fattori diversi», continua. «La precarietà del lavoro, il costo delle case, l’età sempre più avanzata in cui si arriva alla prima gravidanza, un modello familiare e culturale che è cambiato rispetto a quello dei nostri genitori. Le tutele aiutano chi un figlio lo ha già deciso di avere, rendendo quella scelta meno gravosa. Ma difficilmente sono la causa o la cura del calo delle nascite: la decisione di diventare genitori dipende da molto altro».

Resto a guardarla mentre culla sua figlia, e penso che forse la domanda giusta non sia se le tutele siano troppe, ma se tutto il resto, intorno a quelle tutele, sia davvero costruito per sostenere chi un figlio lo vuole fare.

Domande frequenti sui permessi per controlli prenatali

Quanti permessi spettano durante la gravidanza?

Non esiste un numero massimo: la lavoratrice può fruire di tutti i permessi necessari per esami, accertamenti clinici e visite specialistiche collegati alla gravidanza.

Il permesso copre anche il tempo del viaggio?

Sì, il permesso comprende il tempo necessario per raggiungere la struttura sanitaria e per rientrare al lavoro; se questo tempo coincide con l’intero orario lavorativo, l’assenza retribuita può coprire la giornata intera.

Il datore di lavoro può rifiutare o sindacare il permesso?

No: la fruizione del permesso non è soggetta al gradimento del datore di lavoro, che non può contestare l’orario della visita né la struttura scelta, salvo casi di abuso evidente del diritto.

Bisogna usare prima ferie, rol o permessi ex festività?

No: i permessi per controlli prenatali, previsti dall’articolo 14 del decreto legislativo 151 del 2001, sono autonomi rispetto a ferie, rol e altri permessi previsti dal contratto collettivo.

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